Poca formazione, esagerata quota fiscale: «Se non si interviene lì, i salari non cresceranno mai»

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Gli italiani hanno stipendi decisamente bassi rispetto alla media dei paesi europei o agli Stati Uniti. È ormai stucchevole ripeterlo, da tanto è evidente. Né basta dire che qualcosa debba cambiare per pensare che succeda davvero.

Una chiave di lettura su quali siano i punti fondamentali rispetto ai quali agire, l’ha offerta Giuliano Balestreri, giornalista economico de La Stampa, che nella pillola da 90 secondi pubblicata sul sito web del quotidiano diretto da Andrea Malaguti, ha effettuato una sintesi secca, brutale ma veritiera della situazione. E ha anche indicato alcuni precisi elementi sui quali lavorare per cercare di invertire il trend.

Un primo elemento indispensabile è la formazione, ancor più quella continua fornita ai dipendenti in servizio, «perché in Italia si investe troppo poco su questo versante e i lavoratori, non aggiornati sui repentini cambiamenti del mercato del lavoro, una volta espulsi da un contesto aziendale non sono più occupabili altrove».

Balestreri evidenzia poi come «la burocrazia tiene ingessato il mercato del lavoro, favorendo molto poco la flessibilità e quindi il dinamismo».

Inoltre, c’è la «fondamentale necessità di tagliare il costo del lavoro, ovvero il differenziale fra lo stipendio pagato e il costo effettivo per l’azienda, che nel nostro Paese è troppo ampio. Se non si interviene su quella quota fiscale, non potranno mai aumentare i salari».

Ed ecco, come riporta La Stampa nella sua analisi, che l’Italia si ritrova cenerentola, con un potere d’acquisto che s’è bloccato alla metà degli anni ’90. In trent’anni è calato dell’1%, «una dato mostruoso», sottolinea Balestreri, se confrontato al +50% degli americani, al +30% dei tedeschi e al +25% dei francesi.

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