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La parabola di J.K. Rowling, l’inventrice di Harry Potter con la reputazione distrutta dai benpensanti

Quella di J.K. Rowling è una storia particolarmente attuale. Non moderna, né di facile immedesimazione. Piuttosto l’attualità dell’avventura umana della scrittrice nata a Yate segue una triste e sempre più diffusa linea diacronica: quella della persona di successo fatta a pezzi e finita nella damnatio memoriae dei social, in uno scenario in cui i boia non sono nient’altro che gli attivisti che fino al giorno prima l’avevano seguita e talvolta idolatrata.

Se facciamo un viaggio nel tempo, quella che è stata la parabola di J.K. Rowling fa tanto sogno americano trasposto in Inghilterra: una ragazzina semplice nata negli anni della beatlemania, l’università, i primi lavori pagati una miseria e un sogno nel cassetto. Poi una figlia fatta troppo presto, il marito che sparisce, i sussidi per campare e la depressione.

Sarebbe già un romanzo così, ma non per una come Joanne Rowling, abituata a riempire le pagine di fantasia e non di realismo. Con la narrativa parte piano, ma dopo i primi rifiuti riesce a farsi pubblicare, e da quel momento non la ferma più nessuno. Il cinema, i libri sfornati a ripetizione, il gossip.

La storia del suo Harry Potter viene letta in tutto il mondo, da persone di tutte le età; perfino nelle scuole. Sembra essere diventata, e così ne parla Stephen King, un nuovo punto di riferimento per il mondo dei giovani, capace di dipingerne le paure e i sogni più intimi. Infine, dopo anni di clamori, si guadagna la nomea di donna tra le più ricche d’Inghilterra, raggiungendo l’apice della sua carriera.

Sembra tutto apparecchiato per la gloria eterna. Fino al giugno del 2020. È una mattina come tante altre, se non fosse che lei si alza con una luna insolita e pubblica sul suo profilo Twitter una frase tipo: «Persone col mestruo è un’espressione senza senso. Chiamiamole col loro nome: donne». 

Non l’avesse mai fatto. Un fulmine si abbatte su di lei nel tempo di un retweet. Viene accusata di transfobia, e la sentenza è definitiva. I suoi fan le voltano le spalle, gli influencer organizzano una crociata contro di lei, il videogioco Hogwarts Legacy (che si ispira al mondo di Harry Potter) viene bersagliato da centinaia di utenti e boicottato. Lei non ci sta. Cerca di riparare in modo rocambolesco con una lunga lettera, spiega quello che pensa davvero.

Si capisce che non ha niente contro i trans, ma ormai è tardi. La sua reputazione è macchiata, e il segno non andrà più via. Ci sono persino degli attivisti che realizzano copie di Harry Potter prive del nome J.K. Rowling in copertina, da regalare ai fan della saga che si sentono traditi dall’autrice.

E oggi, a tre anni di distanza, lei è ancora quella «brava come scrittrice, ma brutta e cattiva come persona».

Ma proviamo a riflettere un secondo, a mente sgombra. Cosa avrebbe dovuto pensare una persona raziocinante di fronte alle esternazioni della Rowling? La risposta è: nulla, visto che degli scrittori contano solo le opere. Certo non per tutti è così; e allora, uno d’accordo o in disaccordo con quelle frasi potrebbe pensarci su venti secondi e concludere o che questa ha detto una cosa intelligente, o che le è uscita un’idiozia random. Punto. Fine della storia. 

E invece no. Una bufera mediatica come se avesse proposto di ricolonizzare l’India. L’ennesima prova che sui social, se sbagli un tiro, sei fuori per sempre.

Del resto su Instagram sono tutti puritani, in fila per sei col resto di due, senza peccato. Poi indaghi un attimo e scopri le truffe dei pandori e le battaglie buone solo se vendibili. Fattacci che vanno bene, purché chi li compia stia dalla parte dei buoni.

Alla fine della fiera, la Rowling si è giocata la reputazione per sempre. Però, con le dovute distanze, Caravaggio resta Caravaggio anche se è un assassino, e William Burroughs resta William Burroughs anche se ha sparato a sua moglie da ubriaco. E i puritani dei social restano dei parvenu senza idee originali. Oppure, per dirla in gergo potteriano, dei dissennatori della morale, pronti a risucchiarti l’anima per un nulla.

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