Social in balia di profili rubati, truffe e odiatori: nella giungla web è giunta l’ora di togliere l’anonimato

Nell’ultimo anno, solo in Italia, le truffe digitali hanno generato 137 milioni di euro di profitti illeciti. I reati denunciati (che sono una minima parte del totale) sono stati quasi 10mila, con un incremento del 3% rispetto ai dodici mesi precedenti.

Le identità sottratte e utilizzate per commettere raggiri sono cresciute del 20%. Si calcola che 28 italiani su 100 abbiano subito una violazione della privacy sui vari social network.

A questo quadro si aggiungono tutte le situazioni preoccupanti che riguardano fenomeni di stalking, cyberbullismo, revenge porn, pedopornografia o anche l’odio indiscriminato che si scatena nei confronti non solo di personaggi noti, ma anche di semplici cittadini che si ritrovano all’improvviso al centro di casi mediatici controversi. Gogne digitali che hanno originato suicidi.

Insomma, il potenziale della connessione internet fa i conti anche con pericoli sempre più insidiosi.

Si tratta di una delle grandi emergenze (sottovalutate) del nostro tempo, perché ormai l’importanza di un profilo social e della reputazione digitale è sempre più decisiva – quand’anche sovrastimata – in una società iperconnessa.

Specie le nuove generazioni vivono post, like, visualizzazioni e commenti come veri test per misurare il proprio valore. È ovviamente un errore gigantesco e serve un’azione culturale per correggerlo.

Tuttavia, la tenzione è reale e c’è un’azione immediata ed efficace per cominciare a fermare il disastro in atto: bisogna eliminare l’anonimato degli utenti che decidono di iscriversi ai canali social.

L’odio sguazza nella possibilità di ferire e insultare senza svelare la propria identità, dunque senza rischiare nulla. A questo si aggiunge il fatto che i profili falsi e quelli rubati consentono di orchestrare spietate campagne mirate a danneggiare, truffare o derubare le persone in modo indisturbato. Ciò non dev’essere più consentito e si può fare in modo netto, veloce, serio.

Perché i grandi colossi social non impongono la certificazione dei profili, utilizzando un sistema di adesione simile a quello che sta alla base dello Spid? Perché non garantiscono agli utenti che tutti coloro che leggono e commentano sono individui reali, registrati, riconoscibili, quindi penalmente e civilmente responsabili di quello che fanno e che dicono?

I giganti del web per ora hanno sempre scansato quest’obbligo e nessuno ha mai pressato perché fosse introdotto. Il motivo è che economicamente conviene avere numeri imponenti da mettere a bilancio, anche se ingigantiti da robot o fake.

Mettere un filtro che tolga l’anonimato, vorrebbe dire ridurre di molto le visualizzazioni, rendendo (seppur illogicamente) meno appetibili gli investimenti pubblicitari.

Certo da tempo è stata introdotta la spunta blu, che certifica l’effettiva titolarità di un profilo, ma è un’azione attuata esclusivamente per incassare i soldi dell’abbonamento ed evitare che i personaggi più famosi finiscano nascosti e indistinguibili fra troppi falsi.

Ma per l’utenza base, nulla è cambiato. Se resta l’anonimato, restano anche le minacce gravissime che infestano la rete.

Invece, con la certificazione tutti saremmo costretti ad assumerci le nostre responsabilità, gli haters si ridurrebbero a dismisura per i rischi di denunce (ma anche solo per l’esposizione al pubblico ludibrio), le truffe sarebbero molto difficili da realizzare, i furti d’identità verrebbero annullati dopo pochi minuti su segnalazione del legittimo titolare, ogni azione predatoria corrisponderebbe a una persona fisica rintracciabile e punibile,  lo spam attuato con i robot sarebbe impossibile e nessuno potrebbe insomma nascondersi per far male e rubare con la quasi certezza di restare impunito.

La domanda è una sola: davvero gli interessi in ballo sono così alti da non poter costringere i social network a diventare un posto, se non migliore, almeno normale?

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