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Sabbie mobili: italiani condannati a non arricchirsi

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Nel 1755, Jean-Jacques Rousseau dava alle stampe il suo “discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini”, un testo capace di essere lucido sia nella retrospettiva ipotetica sia nella proiezione futura delle condizioni della civiltà. Leggendolo, capiamo come la storia dell’uomo sia legata, da quando esiste la società, a un eterno scenario di disparità. Un mondo ingiusto che condanna tanti a essere precari.

I Repubblicani, rispetto a Rousseau, traggono conclusioni diverse; ma la domanda che si pongono è simile: come migliorare le condizioni di vita dei cittadini?

Se ci concentriamo sullo Stivale, poi, la domanda inizia a pesare il doppio. A proposito di disparità difficili da sovvertire, l’Italia è ancora oggi un paese che ha problemi con la mobilità sociale, come ha già riportato il rapporto del World Economic Forum.

Siamo bloccati – e ne esce un gioco di parole – nelle sabbie mobili dell’immobilità. Chi nasce povero muore povero, anzi vive povero, che è peggio. Eppure, l’aumento della mobilità è ciò che più dovremmo incentivare; riuscendo in questo intento, il pil italiano crescerebbe in pochi anni e le persone migliorerebbero le loro condizioni. È questo che fa la differenza, non le operazioni di legittimazione del parassitismo che alimentano la spirale perversa del “meno fai, più ricevi”.

«Un aumento della mobilità del 10 % – ha scritto tempo fa Giacomo Papi sul Foglio – farebbe crescere il pil italiano del 5 per cento, cioè di circa 100 miliardi di euro, in dieci anni». Sarebbe quindi il caso di riportare la questione al centro del discorso, per favorire le persone che hanno voglia di migliorare le proprie condizioni senza scorciatoie.

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