“Alzi la mano chi l’ha capita, alzi la mano chi non ha capito una mazza. Mi hanno sempre detto: Peppino, se non capisci una cosa, non firmare! Anche perché scusa, le Leggi le hanno fatte per noi: se non le capiamo come facciamo a rispettarle? Anzi, sai cosa faccio? Finché non trovo una Legge chiara, io non firmo una Legge!”
Queste le parole del Presidente della Repubblica Giuseppe “Peppino” Garibaldi, alias Claudio Bisio, in “Benvenuto Presidente!”.
La scena, girata in una pizzeria romana, non dista troppo dalla situazione reale: tante (troppe) Leggi e, soprattutto, complicate.
L’elevato numero (circa 160.000 norme tra nazionali e regionali) e la loro complessità non aiutano cittadini ed imprese. Anzi, se lo paragoniamo ai numeri di Francia (7.000), Germania (5.500) e Regno Unito (3.000) capiamo come mai la Ciga di Mestre aveva stimato già nel 2023 un costo annuo per le nostre imprese di circa 103 miliardi di Euro ed ora uno studio firmato dagli economisti Tommaso Giommoni, Luigi Guiso, Claudio Michelacci e Massimo Morelli evidenzia che se le Leggi italiane fossero scritte con la stessa chiarezza della Costituzione, il PIL aumenterebbe del 5%, quasi 110 miliardi di Euro all’anno.
Tutto questo favorisce l’inefficienza e la difficoltà d’interpretazione. In particolare, quest’ultima è un’arma a doppio taglio: più un insieme di Leggi è complesso, più è interpretabile dalle parti coinvolte. Creando incertezza del Diritto e sfiducia nelle Istituzioni.
D’altronde, un bravo giurista non è solo colui che conosce una Legge, ma chi sa interpretarla a proprio favore e convincere gli altri di aver ragione.