Tassa frontalieri, Astuti (PD): “La Lega non è più il sindacato del territorio, a rimetterci lavoratori e comuni”

In questi giorni, tra le migliaia di pendolari che vanno e vengono dalla Svizzera, preoccupa la notizia dell’applicazione di una tassa che i lavoratori frontalieri si troverebbero a pagare a partire dai prossimi mesi.

I favorevoli alla sua applicazione parlano di un “contributo” al SSN, i contrari di “tassa” sulla salute. La differenza non è banale e il fatto che venga calcolata in percentuale sul salario netto effettivamente crea dei dubbi. Viceversa, se fosse un contributo in forma fissa, discriminerebbe quei frontalieri con redditi più bassi a favore di quelli più alti.

Samuele Astuti (PD), Consigliere Regionale, la vostra contrarietà è sul principio o sulle modalità?

Noi siamo contrari da tutti i punti di vista. In particolare, questo modo di agire e legiferare contravviene all’accordo siglato tra Italia e Svizzera ed è per questo che espone il nostro Governo e la nostra Regione a possibili rivendicazioni da parte elvetica. D’altra parte, quando si viola un accordo internazionale bisogna aspettarsi delle conseguenze. Non parliamo poi delle modalità: la norma è arrivata bell’e confezionata da Roma senza nessun coinvolgimento dei sindacati e soprattutto del territorio. Non si lavora così.

Voi chiedete l’abrogazione, ma quale potrebbe essere l’alternativa per finanziare gli incentivi al personale sanitario di confine? Si potrebbe ragionare, ad esempio, sui beneficiari della Flat Tax per Paperoni in gran parte residente in Lombardia?

Figuriamoci se non siamo assolutamente favorevoli ad aumentare gli stipendi degli operatori sanitari di confine. Per questo uno dei primi atti che ho presentato e depositato è stato un progetto di Legge, a mia prima firma, che chiede di far diventare strutturale un aumento dello stipendio dei lavoratori della sanità delle nostre province. E le risorse, in un bilancio come quello regionale, si trovano. In ogni caso, siamo sempre disponibili a discutere e migliorare la nostra proposta, ma aspettiamo da oltre tre anni, il testo è stato presentato in Commissione Sanità, poi non se ne è più fatto niente. Chiediamoci il perché.

La Svizzera minaccia di non riconoscere i ristorni ai comuni di frontiera, quanto perderebbero i comuni lombardi se il Ticino sospendesse tutto o parte dei versamenti? 

Ricordiamoci che gli esponenti politici svizzeri hanno detto: “La cifra che recuperate sulla tassa salute, ve la togliamo dai ristorni”. E secondo noi purtroppo possono farlo. Se la Giunta regionale calcola di recuperare dalla tassa salute 100 milioni di euro, vuol dire che si tratta di quasi tutti ristorni. 

Ci sarebbe un rischio per l’economia e i servizi essenziali in queste zone dell’Insubria?

Alcuni comuni situati vicino alla frontiera e con molti frontalieri rischiano di perdere più di un milione di euro all’anno. E qualcuno potrebbe addirittura vedersi azzerato il contributo. Questo significa che in conto capitale non riusciranno più a fare le opere programmate, in spesa corrente vengono messi in dubbio i servizi essenziali, le scuole, il sociale.

Temete più il danno economico ai frontalieri o il danno diplomatico sui ristorni?

È un danno per entrambi. Perché il punto vero, lo ribadisco, è che si viene meno all’accordo siglato dai due Stati mettendo in dubbio e in gioco tutto quello che contiene.

Parliamo dal punto di vista politico, 80.000 frontalieri in Lombardia, di cui circa 32.000 solo nella provincia di Varese, terra di origine della Lega che ha visto, solo poche settimane fa, la scomparsa del fondatore Umberto Bossi. Ora, con questa decisione, sembra aver dimenticato questi elettori del suo territorio, viceversa voi del PD li state difendendo. In vista delle prossime tornate elettorali pensate di intercettare questo storico elettorato territoriale? Perché secondo lei la Lega non si è opposta all’applicazione?

Se la Lega, ormai da tempo, non è più il sindacato del territorio, noi invece chiediamo che anche i territori di confine debbano contare. Il centrodestra ne fa sempre una questione di voti e ragiona in questi termini anche quando parla degli altri; quindi, accusa noi di agire solo in termini elettorali. Invece, in questo caso, dovrebbe cercare di avere rispetto verso i cittadini e le amministrazioni comunali di confine come facciamo noi. 

Va però osservato che il Piemonte, altra Regione soggetta a questo provvedimento e sempre amministrata dal centro-destra, ha dichiarato la sua contrarietà. Ci troveremo di fronte al paradosso di una discriminazione tra i lavoratori lombardi e quelli piemontesi?

Ma sicuramente perché lavorano assieme, fianco a fianco nelle stesse identiche aziende, con lo stesso sforzo e affrontando ogni giorno medesime distanze e tragitti, solo in direzioni diverse. Agli uni verrà prelevato un quid in più, agli altri nessuno metterà le mani in tasca. Sarà mica giusto?

Tra l’altro, anche nel caso dell’applicazione della “soglia minima”, la cifra annua è considerevole, soprattutto in questa fase storica dove – a causa della situazione internazionale – il costo della vita è aumentato, basti pensare ai carburanti. Secondo lei c’è ancora qualche possibilità che questa decisione venga ribaltata?

Noi ce lo auguriamo, ma la destra, a Milano e a Roma, ha scelto di non voler sentire ragioni, né ascoltare le istanze provenienti dai territori e sta andando avanti a testa bassa con tutte le conseguenze del caso. Sicuramente continueremo a chiedere di rivalutare la situazione, ma governano loro, in questo momento, e hanno già deciso che una quota di cittadini e tantissime amministrazioni comunali ci dovranno rimettere.

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