A CHI VANNO I VOTI DI BOSSI ?

Analizzando i voti della Lega di Bossi (https://www.megatoday.eu/2026/03/i-voti-di-bossi/) abbiamo visto che i numeri parlano chiaro: oltre 3 milioni di elettori del Nord non votano più perché non si sentono rappresentati. Chi riuscirà a recuperarli vincerà le elezioni. Ma come faceva la Lega delle origini a convincerli? Al di là del carisma di Bossi, i fattori di successo erano tre:

  • Concretezza oltre le ideologie: La Lega di Bossi e Miglio non era né di destra né di sinistra, ma focalizzata su azioni pratiche (come le storiche proteste per i caselli autostradali). Non “al centro”, ma “sopra” gli schieramenti tradizionali.
  • Radicamento e Autonomia: L’attenzione era tutta per il territorio. Prima con l’autonomia, poi con il federalismo, fino alla provocazione secessionista per forzare il cambiamento. L’elettore che non si sentiva rappresentato dalla destra o dalla sinistra, vedeva nella Lega un sindacato del territorio, più pratico e pragmatico e degno di fiducia.
  • Lo Stato Leggero: La visione era “meno Roma e più Europa dei popoli”. Un sistema federale dove Comuni e città erano il cuore della società, con meno burocrazia e un approccio liberale, un sistema federale moderno ed europeo. Meno stato e meno regole, liberale e liberista in senso completo.


Oggi questo elettorato è orfano. La Lega oggi è un partito nazionale e sovranista, stabilmente ancorata a destra. Al contempo, la sinistra resta percepita come troppo legata a logiche assistenziali e la destra tradizionale come troppo centralista.

Come cantava Gaber, “ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?”:  l’elettorato produttivo, le partite IVA che non possono detrarre i costi della benzina, il pensionato che vive con la minima, il giovane precario cui la banca non concede il mutuo, il milanese che vive in quartieri degradati… si sentono lontani dalle diatribe ideologiche e non trovano più casa in un’offerta politica polarizzata.

Mattarella ha usato parole perfette nel commemorare Bossi, definendolo “un sincero democratico”. Perché l’Umberto  ha dato voce a chi, altrimenti, avrebbe scelto l’astensione o gli estremi (come Vannacci o la sinistra radicale), bloccando ogni cambiamento. Senza questo voto post-ideologico, le riforme non partono. La recente bocciatura del referendum sulla giustizia dimostra che le riforme imposte da una sola parte falliscono: serve uscire dal voto polarizzato, evitare campagne “militanti”,  condividere cambiamenti al di “sopra” degli schieramenti.

Il referendum ha comunque dimostrato l’ennesima spaccatura tra Nord che vuole cambiare e Sud che teme il cambiamento, confermando che lo spazio politico di recupero di questi voti esiste, eccome.

Chi occuperà questo spazio?

Il futuro di questo bacino elettorale tra i partiti attuali può essere colto – a mio parere – solo da due soggetti, Lega o Forza Italia.

La Lega del ritorno alle origini: Se il partito saprà rilanciare i tre pilastri “anti-ideologia, federalismo, meno Stato”, potrà tornare a essere la voce del Nord che lavora. Salvini dovrebbe abbandonare le derive radicali e le alleanze anti-europee che il Nord non può digerire, derubricare progetti faraonici tipo ponte sullo Stretto, portare risultati piccoli ma concreti come eliminare qualche casello al Nord e investimenti per il traffico che strangola milioni di pendolari.

Sarebbe una giravolta di cui Salvini senza dubbio è capace, ma difficile per gli uomini e le donne che lo circondano.

L’alternativa, sulla quale personalmente ho scommesso confrontandomi costantemente con Umberto è Forza Italia.

Anche qui servirebbe un’accelerazione: la spinta che ha portato alla nascita della componente interna “Forza Nord” dovrebbe rafforzarsi per trasformare il partito in una  “CDU-CSU italiana”, sul modello dei cugini tedeschi del PPE.

In questo caso non sarebbe una giravolta, ma la conferma della strada tracciata da Silvio Berlusconi: “pragmatismo, federalismo, meno Stato”. Il processo interno di democrazia avviato da Tajani con l’elezione dei segretari regionali va in questa direzione.

Se Salvini o Tajani avranno il coraggio di rinnovarsi, otterranno – oltre a milioni di voti –  il vantaggio più grande per un leader: la libertà politica. Quella stessa libertà che rese Craxi l’ago della bilancia e Bossi l’alleato indispensabile del centrodestra per vent’anni.

La triste alternativa per gli elettori delusi è continuare a starsene a casa, per il Paese è l’immobilismo.

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