«Se prima di tutto potessimo sapere dove siamo e dove stiamo andando, potremmo meglio decidere cosa fare e come farlo». Abramo Lincoln

Oggi viviamo in una società di scontenti. 

Non di arrabbiati, perché per avere rabbia è necessario  identificare un nemico: invece oggi non c’è rabbia perché non è chiaro il nemico. 

I politici si insultano nei talk show, tutto viene gridato, semplice come un post su Facebook e rapido come su Twitter, strategie spiegate in un video di venti secondi su Tik Tok. Facile, rapido, immediato: talmente chiaro che non si capisce nulla.

Non si capisce innanzitutto chi comandi e in che modo l’espressione del voto a uno o all’altro possa cambiare la nostra vita. Il sistema che ci governa usa i politici spesso incapaci come paravento, ma tutti sappiamo che le decisioni vengono prese altrove.

Ma sapete chi è davvero chi comanda? Lo scopriremo inseme, e vedremo che questo ceto dominante porta avanti un meccanismo che ci sta annullando e che ci rende infelici, come sostiene Marcello Veneziani nel suo bel libro “Scontenti. Perché non ci piace il mondo in cui viviamo”. 

Già colpita dalla massificazione delle ideologie novecentesche e del consumismo globalizzato, l’individualità è annullata dalla non-cultura di una sinistra post-ideologica che ha tutto l’interesse a renderci innocui. Se spariscono le comunità, i gruppi, le società, le famiglie e l’individuo è solo, allora non siamo pericolosi.

E non c’è pericolo che la rabbia si canalizzi, che arrivi un movimento rivoluzionario o che si riescano a fare riforme: tutto è immobile e statico, gli aneliti di rinnovamento costantemente frustrati.

Possiamo arrenderci? Dobbiamo accetare supini un’esistenza omologata e piatta?

Personalmente ho un’unica risposta: MAI!

Lo dobbiamo ai nostri ragazzi e ai nostri antenati: l’arrendevolezza della nostra generazione è proprio l’obiettivo del sistema, e ci sta portando dritti alla fine della civiltà.

I nostri antenati hanno dimostrato al mondo capacità e coraggio: il genovese Cristoforo Colombo a bordo di navi spagnole, i portoghesi, gli olandesi e gli inglesi hanno connesso i continenti con la superiorità tecnologica delle navi europee. La rivoluzione industriale ha consentito all’umanità di progredire, eliminando le antiche aristocrazie e i privilegi della società feudale. Il marchese Cesare Beccaria per primo scrisse contro la tortura e la pena di morte, e l’Europa è il primo continente ad aver abolito la schiavitù. Scienziati e inventori europei erano Leonardo, Galilei e Machiavelli, Isaac Newton e Charles Darwin, Sigmund Freud e Alfred Nobel, il polacco Niccolò Copernico e il lombardo Alessandro Volta,  il serbo-croato Nickolas Tesla  e i tedeschi Karl Benz e Albert Einstein.

Nel mondo della comunicazione, un altro tedesco – Gutenberg – ha inventato la stampa, l’italiano Meucci e lo scozzese Bell il telefono, Guglielmo Marconi la radio, il tedesco Paul Nipkow la televisione, l’inglese Alan Turing l’informatica e l’intelligenza artificiale. 

E poi – direi anche soprattutto – sono tutti europei i medici che hanno raddoppiato i nostri anni di vita: lo scozzese Alexander Feming con la penicillina, i francesi Louis Pasteur e Marie Curie, gli olandesi che hanno inventato il microscopio e scoperto le cellule e tanti, tanti altri. Le loro scoperte hanno allungato la vita media dai 40 anni di inizio Novecento agli oltre 80 di oggi. 

Saremo in grado di essere gli eredi di simili progenitori?

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