Le imprese chiamano, ma mancano lavoratori preparati: quasi la metà dei posti di lavoro offerti non viene occupata

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Serve insistere in maniera ancor più decisa nella connessione fra il mondo della scuola e quello delle imprese, potenziare l’insegnamento delle competenze digitali (che non c’entra nulla con l’abilità nell’usare i social) e creare un’offerta di inserimento lavorativo più attrattiva sul fronte dei contratti per i giovani.

Il rilancio dell’economia produttiva italiana chiede un aggiornamento evidente nel percorso di ingresso dei lavoratori perché, ad oggi, reperire gli addetti necessari a una qualsiasi mansione di tipo tecnico risulta un vero problema. Solo a gennaio, ad esempio, i posti di lavoro offerti sono stati poco più di 500mila, ma almeno 240mila non verranno occupati.

La questione del reddito di cittadinanza e la filosofia sulla poca voglia di faticare delle nuove generazioni c’entrano molto poco con queste criticità. Sussidi e scarsa attitudine al sacrificio sono infatti aspetti che hanno inciso per quelle tipologie di impiego temporanee, poco pagate e precarie.

La necessità che emerge invece dai dati recenti di Unioncamere e Anpal è di ben altro spessore e prospettiva. Si parla di impieghi specializzati, strategicamente essenziali per l’economia, con a disposizione contratti spesso a tempo indeterminato e stipendi molti interessanti, proprio per la mancanza di risorse umane in grado di svolgerli.

Gli ultimi dati – ripresi in un approfondimento del Sole 24 Ore – indicano che l’industria maggiormente in crisi nel trovare dipendenti è quella metallurgica: il 58,4% dei posti assegnabili non trova un profilo adatto. Poco meglio va per il settore delle costruzioni (57,6%) e per quello del legno e del mobile (57,1%). Come detto, però, lavorare in una manifattura tessile, fare il saldatore, il carpentiere industriale o l’addetto alle rifiniture, significa percepire uno stipendio molto più ricco del passato.

Ma la scuola è rimasta troppo a lungo ferma e non fornisce abbastanza ricambio. Salvo alcune lodevoli eccezioni, solo in tempi recenti si è iniziato a investire sui centri di formazione professionale, gli ITS e gli IFTS, ovvero gli istituti tecnici superiori che preparano profili mirati alle richieste del mondo del lavoro. La nuova riforma degli istituti tecnici e professionali, con i nuovi percorsi quadriennali, è un’altra risposta interessante. Ci vorrà tempo per pareggiare il mismatch fra domanda e offerta. Ma è necessario agire.

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